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Jancis Robinson e il vino georgiano: 8.000 anni tra tradizione e mondo
Jancis robinson: Il testo non si limita alla storia e all'enologia: colloca la cultura vitivincola della Georgia nel contesto politico.
Jancis Robinson, la critica britannica più autorevole nel mondo del vino, ha dedicato al vino georgiano un ampio articolo intitolato “Georgia - no lack of tension”. Il testo non si limita alla storia e all’enologia: colloca la cultura vitivincola della Georgia nel contesto politico, culturale e ideologico del presente. Per importatori e sommelier europei è una lettura utile. Aiuta a leggere con più consapevolezza le bottiglie. Queste bottiglie attraversano da qualche anno le cantine del vino naturale.
La sintesi del pezzo arriva dall’importatore Olivier Sauvageon: “8.000 anni di storia, 30 anni di esperienza”.
Robinson: il paradosso tra tradizione e modernizzazione
Il punto di partenza dell’articolo è simbolico: il monastero di Alaverdi, luogo in cui vino e vita spirituale sono da secoli indissolubili. A Robinson, la wine master Julia Harding descrive così il Paese: la Georgia ha la capacità unica di accogliere contemporaneamente realtà opposte. Queste realtà sono religiosità profonda e tolleranza, fedeltà alle tradizioni e libertà creativa. Sono anche orgoglio nazionale e apertura al mondo.
È il paradosso che dà il titolo al pezzo. Da un lato vive una tradizione di vinificazione lunga 8.000 anni, dall’altro si discute come debba essere il futuro del vino georgiano. Restare fedele ai metodi tradizionali o adattarsi agli standard internazionali per competere sui mercati globali.
Due poli: Irakli Gilauri e Douglas Wregg
Robinson incarna questa tensione in due figure. La prima è Irakli Gilauri, che con consulenti internazionali punta a creare un vino georgiano di classe premium. La sua tesi è questa: il vino georgiano non raggiunge ancora i più alti standard mondiali. L’idealizzazione della tradizione dei qvevri è spesso conseguenza storica più che scelta consapevole. L’industria deve liberarsi dalla dipendenza dal mercato russo e cercare riconoscimento internazionale con vini secchi di alta qualità. Il suo brand si chiama “Resistance”, e il nome è anche una dichiarazione politica. Nel rosso si legge invece la scuola del Bordeaux.
Il polo opposto è Douglas Wregg, importatore britannico di vini naturali e rappresentante di Les Caves de Pyrène. A lui la Georgia è conquistata dalla tradizione dei qvevri: il vino è parte organica della vita quotidiana, dell’ospitalità e dell’identità nazionale. Wregg insiste sulla texture unica dei vini in anfora. Insiste anche sul lungo contatto con le bucce. Sottolinea il profilo gustativo che non ha paragoni nel resto del mondo.
L’embargo del 2006 e le centinaia di vitigni autoctoni
Nell’articolo un capitolo importante è dedicato all’embargo russo del 2006. Quel duro colpo per l’industria georgiana si rivelò in prospettiva un incentivo al miglioramento, spingendo il settore verso nuovi mercati di esportazione. Da quel periodo data la riscoperta delle varietà locali, la ricerca sulla diversità genetica del vigneto e una nuova fase di promozione internazionale.
Robinson dà peso anche all’eredità ampelografica: i vitigni autoctoni georgiani contano centinaia di varietà, e i produttori le valorizzano sempre più attivamente. Per chi seleziona vino georgiano sui mercati europei, questa biodiversità è la risorsa più difficile da replicare altrove. È l’argomento concreto da portare in copertina, accanto alla storia dei qvevri.
”8.000 anni di storia, 30 anni di esperienza”
La sintesi del pezzo arriva dall’importatore Olivier Sauvageon: “8.000 anni di storia, 30 anni di esperienza”. Il vino in qvevri resta il simbolo dell’identità culturale georgiana. Ma la vinificazione contemporanea non si riduce alla tradizione: in Georgia coesistono filosofie opposte, quella del patrimonio storico e quella della competitività internazionale. Per il mercato italiano, che conoscere questa doppia anima decide la selezione in bottiglia, è la frase da tenere a mente.
Fonti: